Il volo
Mattia ha tredici anni e a tredici anni il mondo è una merda.
Non c’è una via di mezzo a quell’età, c’è solo il bello e il brutto. Il bello è il calcio, tifare, soffrire fino all’ultimo minuto dell’ultima partita della stagione, litigare con gli avversari, con i compagni di scuola il giorno dopo su chi ha meritato di più la vittoria. E anche il calcio giocato: Mattia sogna di diventare un calciatore, da grande. Quanti sogni, fin da piccolo, nel cortile sotto casa a tirare quel pallone bucato e sgonfio contro ai box. Mattia non può permettersi un pallone migliore, i soldi non ce li ha e i palloni costano. La mancetta del mese è un miraggio, solo i suoi compagni la ricevono, lui manco sa come sia fatta una banconota da venti euro. Loro li sventolano, dentro e fuori dal portafoglio, quei maledetti pezzi di carta, come fosse una cosa divertente, che poi probabilmente lo è. Lo è se lo puoi fare, ma Mattia non lo può fare e quindi odia chi lo fa. Li detesta tutti, non li può soffrire. Ecco, loro sono il brutto. I suoi compagni di classe, quei coglioni, quelle teste di cazzo. Mattia non sa che ciò che prova ha un nome, cioè rabbia adolescenziale, Mattia non sa quasi nulla. Ha tredici anni e vorrebbe soltanto un pallone migliore con cui potersi allenare ma non può averlo. Suo padre fa il muratore, fa fatica a portare a casa abbastanza soldi per sfamare quattro bocche in quella topaia in cui vivono, figuriamoci se gli avanzano cinquanta euro per un pallone come si deve. Mattia non avrà mai il pallone che desidera, figuriamoci il resto: una maglia ufficiale del suo idolo, i pantaloncini e i calzettoni, due scarpe vere da calcio, con i tacchetti e tutto il resto, un borsone, una sciarpa… anche una misera sciarpa gli basterebbe. Ma il mondo è una merda e anche se ha tredici anni e non sa molte cose Mattia lo ha già capito.
Non ci vuole un genio, basta guardarsi attorno: il posto in cui vive, quelle quattro mura di pochi metri, i rubinetti e la doccia incrostati, il calcare in bagno e la muffa in soggiorno, le pareti che sembra stiano per crollare da un momento all’altro. Questa è la sua realtà per il cinquanta per cento dei suoi giorni.
Il restante cinquanta per cento è tra altre quattro mura, se possibile ancora più odiose: quelle di scuola. Mattia odia la scuola. Ma non la odia come la odia un qualsiasi tredicenne, lui la odia con passione. Detesta tutto di quell’edificio: gli insegnanti, i bidelli, la preside, le macchinette, i compagni sbruffoni e quelli secchioni, le ragazze, anche se qualcuna gli va pure dietro, ma schifa anche loro. Gli fa tutto schifo tranne la domenica, perché la domenica c’è il pallone. La domenica si sente vivo. Il resto della settimana invece si sente morto, perché a scuola ci deve andare per forza, è riuscito a non farlo per un paio di volte ma poi suo padre l’ha scoperto e l’ha gonfiato di botte. Vuole che studi, almeno lui, per non fare quella fine lì, una vita matta e disperata, che un po’ si è cercato e meritato e un po’ non è giusta. Mattia odia tutto questo, Mattia si sente esplodere.
Sta tornando a casa un pomeriggio di primavera, ormai la scuola sta per finire, ce l’ha quasi fatta ad arrivare a fine anno - anche se non sa come lo finirà. È già stato bocciato l’anno scorso e ne ha prese tante, sempre da suo padre, e pure qualcuna da sua madre. È scappato di casa per un paio di giorni ma poi non ce la faceva più e i pochi soldi che aveva in tasca non sarebbero mai bastati per andare lontano. E l’acqua della fontanella nel parco dall’altra parte del paese iniziava a non venire più gradita dal suo stomaco. Quello brontolava, voleva del cibo, i maccheroni di mamma. Decise di tornare a casa pensando che non si sarebbe più fatto bocciare, ma si sa, i buoni propositi di fine anno non vengono mai mantenuti.
Così mentre torna a casa pensa a come sarebbe bello se potesse fare tutto ciò che gli pare, cerca di distrarsi, ma il suo cervello gli suggerisce che no, non è possibile, niente di tutto questo è roba che si avvererà. È ora di guardare in faccia la realtà, Mattia: sei una nullità, non vali niente, meriti tutto ciò che non hai, non raggiungerai mai nulla nella tua vita. Come se non bastasse ha preso una nota nell’ora di Arte, l’ennesima. Pensa te se quella stronza doveva pure darmi una nota a fine anno. Ora rischia di venire bocciato, di nuovo, e sai quante ne prende stavolta.
No, non se lo può permettere. Se torna a casa e spiffera cos’è successo suo padre lo impicca. Ma non potrebbe morire sul lavoro come fanno quelli al telegiornale?, pensa. No, cazzo, dai, non si pensano queste cose. Chiede scusa mentalmente a suo papà, a Dio, se c’è, non vuole che muoia suo papà. Se no chi ci pensa alla mamma e a suo fratello?
Però, Dio, ecco, se ci sei, puoi aiutarmi almeno oggi pomeriggio?, dice sottovoce mentre apre il portone con le chiavi. Aiutami a uscirne vivo. Lo zaino si fa sempre più pesante mentre sale le scale. Fa’ che non ci sia nessuno, fa’ che non ci sia nessuno…
Apre la porta di casa e quei pochi miseri metri sono totalmente vuoti. E forse allora Dio c’è veramente! In cucina, sulla pentola, un bigliettino: «Siamo dai nonni. Fai il bravo».
Gli si riempiono gli occhi di lacrime. Io non sono bravo, pensa. Io non ho fatto il bravo, oggi, si dice. Né oggi né mai. L’unica cosa che mia madre e mio padre volevano da me era che facessi il bravo e io non l’ho mai fatto. Non lo sono mai stato, bravo. Io sono un delinquente, ha ragione la prof di arte. Io sono una nullità, non combinerò mai nulla. Una vagonata di lacrime gli inonda gli occhi. No, dai, cazzo, non puoi piangere, Mattia. Non sei tu che devi piangere per te stesso, sono gli altri che devono piangere per te. Sì, adesso tocca agli altri farlo. Non è colpa tua se sei così, se sei nato in queste condizioni, in questo mondo di merda in un periodo di merda in un paese di merda. Tu che colpa ne hai? Nessuna, si risponde.
Apre la finestra e lascia che un sole pallido lo investa. La cucina sa di polpette, ma non ha fame. Ha solo amaro in bocca per ciò che non potrà mai essere.
Io posso essere soltanto una delusione. Sono un fallito, hanno ragione loro.
Il dolore è troppo da sopportare. Fa un passo verso i fornelli, accarezza il coperchio della padella, ormai tiepido, su cui è posato il foglietto scritto da mamma.
Lo prende in mano e piange ancora un po’. Il malessere è troppo grosso.
Raccoglie la penna da lì vicino e scrive sopra «Scusate». Poi senza neanche pensarci ricaccia su le lacrime negli occhi e spicca un volo dal terzo piano.
Sembrava quasi averlo fatto apposta. Quasi l’intero corpo insegnanti era ora riunito lì, in quell’ospedale senza pietà, soltanto per lui. Lo shock e l’incredulità vivi negli occhi di tutti. Fiumi di lacrime, di «non è possibile», di «non può essere vero». I genitori di Mattia stavano arrivando, ma all’ospedale avevano fretta. Fretta di riconoscerlo, di sbolognarsi di quel cadavere. Non c’è pietà coi morti dopo anni e anni lì dentro, diventano un lavoro. Tocca farlo, a qualcuno. Tocca sollevare il telo bianco, come nei film, ma questa è la fottuta realtà. Una terribile e straziante verità. L’uomo che entra nella stanza col medico ha circa cinquant’anni, ed è un uomo buono di quelli che non trovi più in giro: sempre una parola buona per tutti, gentile ed educato, non dice mai di no a nessuno, non si nega, si prodiga per chiunque, specialmente per i suoi alunni. È il professore d’italiano, che Mattia lo conosceva così bene. L’aveva avuto già per due anni, l’aveva bocciato, ma l’aveva anche aiutato, ci teneva a quel ragazzo. È ancora incredulo, nei quasi trent’anni di carriera non era mai successa una cosa così, non può essere vero, non può essere vero. Il dottore lo conduce nella stanza, meccanicamente, freddamente. Solleva il telo aspettando una conferma.
Fuori dalla stanza si sentono le urla, distintamente, di quell’uomo sempre così pacato, distrutto come se avesse appena perso un figlio. Devastato stravolto sfasciato dilaniato dal dolore, mangiato vivo dalla sofferenza. Urla disumane, l’uomo sembra come impazzito. È tutto vero, la faccia da birbante di Mattia giace ormai senza vita su quel lettino. L’uomo è lacerato, il male lo squarcia dentro, è ferito, è un massacro, è la cosa più vicina alla sofferenza e alla distruzione che abbia mai provato. L’ingiustizia atroce di ciò che è accaduto è alternata nella sua mente a ciò che gli sta bruciando l’anima strappandogli la vita. Non riesce a smettere di urlare, non si sa capacitare di tutto questo. Non può essere vero, non può essere vero.
No, piccolo Mattia, non è giusta la vita.
L’uomo esce dalla stanza ma non può smettere di urlare e di piangere. I colleghi lo abbracciano, si abbracciano, in una collettiva dimostrazione di umanità e solidarietà, ma nessun tipo o sorta di gesto può portare abbastanza calore umano da cancellare ciò che è accaduto.
L’uomo è terrorizzato, c’è un masso lancinante che gli schiaccia il cuore. La disperazione lo avvolge. Potranno passare mesi, anni, compleanni, anniversari di matrimonio, arriveranno lauree, soddisfazioni, scoperte e meriti ma niente potrà mai cambiare veramente, permettere a quell’uomo di salvarsi da quella giornata straziante.
Quell’uomo è mio padre e quel dolore non lo abbandonerà mai.
