Riccardo G. Scire'

Tutte le ragazze della mia vita mi hanno sempre rinfacciato di essere infantile.
Vero, sono un bambino.
Ma un bambino prodigio.

Il volo

Mattia ha tredici anni e a tredici anni il mondo è una merda.
Non c’è una via di mezzo a quell’età, c’è solo il bello e il brutto. Il bello è il calcio, tifare, soffrire fino all’ultimo minuto dell’ultima partita della stagione, litigare con gli avversari, con i compagni di scuola il giorno dopo su chi ha meritato di più la vittoria. E anche il calcio giocato: Mattia sogna di diventare un calciatore, da grande. Quanti sogni, fin da piccolo, nel cortile sotto casa a tirare quel pallone bucato e sgonfio contro ai box. Mattia non può permettersi un pallone migliore, i soldi non ce li ha e i palloni costano. La mancetta del mese è un miraggio, solo i suoi compagni la ricevono, lui manco sa come sia fatta una banconota da venti euro. Loro li sventolano, dentro e fuori dal portafoglio, quei maledetti pezzi di carta, come fosse una cosa divertente, che poi probabilmente lo è. Lo è se lo puoi fare, ma Mattia non lo può fare e quindi odia chi lo fa. Li detesta tutti, non li può soffrire. Ecco, loro sono il brutto. I suoi compagni di classe, quei coglioni, quelle teste di cazzo. Mattia non sa che ciò che prova ha un nome, cioè rabbia adolescenziale, Mattia non sa quasi nulla. Ha tredici anni e vorrebbe soltanto un pallone migliore con cui potersi allenare ma non può averlo. Suo padre fa il muratore, fa fatica a portare a casa abbastanza soldi per sfamare quattro bocche in quella topaia in cui vivono, figuriamoci se gli avanzano cinquanta euro per un pallone come si deve. Mattia non avrà mai il pallone che desidera, figuriamoci il resto: una maglia ufficiale del suo idolo, i pantaloncini e i calzettoni, due scarpe vere da calcio, con i tacchetti e tutto il resto, un borsone, una sciarpa… anche una misera sciarpa gli basterebbe. Ma il mondo è una merda e anche se ha tredici anni e non sa molte cose Mattia lo ha già capito. 
Non ci vuole un genio, basta guardarsi attorno: il posto in cui vive, quelle quattro mura di pochi metri, i rubinetti e la doccia incrostati, il calcare in bagno e la muffa in soggiorno, le pareti che sembra stiano per crollare da un momento all’altro. Questa è la sua realtà per il cinquanta per cento dei suoi giorni. 
Il restante cinquanta per cento è tra altre quattro mura, se possibile ancora più odiose: quelle di scuola. Mattia odia la scuola. Ma non la odia come la odia un qualsiasi tredicenne, lui la odia con passione. Detesta tutto di quell’edificio: gli insegnanti, i bidelli, la preside, le macchinette, i compagni sbruffoni e quelli secchioni, le ragazze, anche se qualcuna gli va pure dietro, ma schifa anche loro. Gli fa tutto schifo tranne la domenica, perché la domenica c’è il pallone. La domenica si sente vivo. Il resto della settimana invece si sente morto, perché a scuola ci deve andare per forza, è riuscito a non farlo per un paio di volte ma poi suo padre l’ha scoperto e l’ha gonfiato di botte. Vuole che studi, almeno lui, per non fare quella fine lì, una vita matta e disperata, che un po’ si è cercato e meritato e un po’ non è giusta. Mattia odia tutto questo, Mattia si sente esplodere. 
Sta tornando a casa un pomeriggio di primavera, ormai la scuola sta per finire, ce l’ha quasi fatta ad arrivare a fine anno - anche se non sa come lo finirà. È già stato bocciato l’anno scorso e ne ha prese tante, sempre da suo padre, e pure qualcuna da sua madre. È scappato di casa per un paio di giorni ma poi non ce la faceva più e i pochi soldi che aveva in tasca non sarebbero mai bastati per andare lontano. E l’acqua della fontanella nel parco dall’altra parte del paese iniziava a non venire più gradita dal suo stomaco. Quello brontolava, voleva del cibo, i maccheroni di mamma. Decise di tornare a casa pensando che non si sarebbe più fatto bocciare, ma si sa, i buoni propositi di fine anno non vengono mai mantenuti. 
Così mentre torna a casa pensa a come sarebbe bello se potesse fare tutto ciò che gli pare, cerca di distrarsi, ma il suo cervello gli suggerisce che no, non è possibile, niente di tutto questo è roba che si avvererà. È ora di guardare in faccia la realtà, Mattia: sei una nullità, non vali niente, meriti tutto ciò che non hai, non raggiungerai mai nulla nella tua vita. Come se non bastasse ha preso una nota nell’ora di Arte, l’ennesima. Pensa te se quella stronza doveva pure darmi una nota a fine anno. Ora rischia di venire bocciato, di nuovo, e sai quante ne prende stavolta.
No, non se lo può permettere. Se torna a casa e spiffera cos’è successo suo padre lo impicca. Ma non potrebbe morire sul lavoro come fanno quelli al telegiornale?, pensa. No, cazzo, dai, non si pensano queste cose. Chiede scusa mentalmente a suo papà, a Dio, se c’è, non vuole che muoia suo papà. Se no chi ci pensa alla mamma e a suo fratello?
Però, Dio, ecco, se ci sei, puoi aiutarmi almeno oggi pomeriggio?, dice sottovoce mentre apre il portone con le chiavi. Aiutami a uscirne vivo. Lo zaino si fa sempre più pesante mentre sale le scale. Fa’ che non ci sia nessuno, fa’ che non ci sia nessuno…
Apre la porta di casa e quei pochi miseri metri sono totalmente vuoti. E forse allora Dio c’è veramente! In cucina, sulla pentola, un bigliettino: «Siamo dai nonni. Fai il bravo».
Gli si riempiono gli occhi di lacrime. Io non sono bravo, pensa. Io non ho fatto il bravo, oggi, si dice. Né oggi né mai. L’unica cosa che mia madre e mio padre volevano da me era che facessi il bravo e io non l’ho mai fatto. Non lo sono mai stato, bravo. Io sono un delinquente, ha ragione la prof di arte. Io sono una nullità, non combinerò mai nulla. Una vagonata di lacrime gli inonda gli occhi. No, dai, cazzo, non puoi piangere, Mattia. Non sei tu che devi piangere per te stesso, sono gli altri che devono piangere per te. Sì, adesso tocca agli altri farlo. Non è colpa tua se sei così, se sei nato in queste condizioni, in questo mondo di merda in un periodo di merda in un paese di merda. Tu che colpa ne hai? Nessuna, si risponde. 
Apre la finestra e lascia che un sole pallido lo investa. La cucina sa di polpette, ma non ha fame. Ha solo amaro in bocca per ciò che non potrà mai essere. 
Io posso essere soltanto una delusione. Sono un fallito, hanno ragione loro. 
Il dolore è troppo da sopportare. Fa un passo verso i fornelli, accarezza il coperchio della padella, ormai tiepido, su cui è posato il foglietto scritto da mamma. 
Lo prende in mano e piange ancora un po’. Il malessere è troppo grosso.
Raccoglie la penna da lì vicino e scrive sopra «Scusate». Poi senza neanche pensarci ricaccia su le lacrime negli occhi e spicca un volo dal terzo piano.

Sembrava quasi averlo fatto apposta. Quasi l’intero corpo insegnanti era ora riunito lì, in quell’ospedale senza pietà, soltanto per lui. Lo shock e l’incredulità vivi negli occhi di tutti. Fiumi di lacrime, di «non è possibile», di «non può essere vero». I genitori di Mattia stavano arrivando, ma all’ospedale avevano fretta. Fretta di riconoscerlo, di sbolognarsi di quel cadavere. Non c’è pietà coi morti dopo anni e anni lì dentro, diventano un lavoro. Tocca farlo, a qualcuno. Tocca sollevare il telo bianco, come nei film, ma questa è la fottuta realtà. Una terribile e straziante verità. L’uomo che entra nella stanza col medico ha circa cinquant’anni, ed è un uomo buono di quelli che non trovi più in giro: sempre una parola buona per tutti, gentile ed educato, non dice mai di no a nessuno, non si nega, si prodiga per chiunque, specialmente per i suoi alunni. È il professore d’italiano, che Mattia lo conosceva così bene. L’aveva avuto già per due anni, l’aveva bocciato, ma l’aveva anche aiutato, ci teneva a quel ragazzo. È ancora incredulo, nei quasi trent’anni di carriera non era mai successa una cosa così, non può essere vero, non può essere vero. Il dottore lo conduce nella stanza, meccanicamente, freddamente. Solleva il telo aspettando una conferma. 
Fuori dalla stanza si sentono le urla, distintamente, di quell’uomo sempre così pacato, distrutto come se avesse appena perso un figlio. Devastato stravolto sfasciato dilaniato dal dolore, mangiato vivo dalla sofferenza. Urla disumane, l’uomo sembra come impazzito. È tutto vero, la faccia da birbante di Mattia giace ormai senza vita su quel lettino. L’uomo è lacerato, il male lo squarcia dentro, è ferito, è un massacro, è la cosa più vicina alla sofferenza e alla distruzione che abbia mai provato. L’ingiustizia atroce di ciò che è accaduto è alternata nella sua mente a ciò che gli sta bruciando l’anima strappandogli la vita. Non riesce a smettere di urlare, non si sa capacitare di tutto questo. Non può essere vero, non può essere vero. 
No, piccolo Mattia, non è giusta la vita.
L’uomo esce dalla stanza ma non può smettere di urlare e di piangere. I colleghi lo abbracciano, si abbracciano, in una collettiva dimostrazione di umanità e solidarietà, ma nessun tipo o sorta di gesto può portare abbastanza calore umano da cancellare ciò che è accaduto. 
L’uomo è terrorizzato, c’è un masso lancinante che gli schiaccia il cuore. La disperazione lo avvolge. Potranno passare mesi, anni, compleanni, anniversari di matrimonio, arriveranno lauree, soddisfazioni, scoperte e meriti ma niente potrà mai cambiare veramente, permettere a quell’uomo di salvarsi da quella giornata straziante. 
Quell’uomo è mio padre e quel dolore non lo abbandonerà mai.

I Migliori Danni Della Nostra Vita (testi)

01. O.D.I.O.

02. La Musica È Il Mio Dio 

03. I Migliori Danni Della Nostra Vita

04. Salvami

05. Senza Titolo

06. Per te

Scritto, suonato, prodotto, registrato, mixato e masterizzato in camera sua da Riccardo Scirè tra ottobre 2011 e marzo 2012 

La Musica È Il Mio Dio: prodotta di Riccardo Scirè e Fabio Intiso

Senza Titolo: scritta e prodotta da Riccardo Scirè e Fabio Intiso.
Additional pad & keyboards: Ale Bongi.

Foto copertina: Fabio Intiso

Grafica: Susanna Introno

http://itunes.apple.com/it/album/i-migliori-danni-della-nostra/id515956138?ign-mpt=uo%3D2


1. O.D.I.O. (Riccardo Scirè) «L’odio è un sentimento umano che si esprime in una forte avversione o una profonda antipatia. Lo distingue da questi ultimi la volontà di distruggere l’oggetto odiato. Chi odia sente che è giusto, al di là di leggi e imperativi morali, distruggere ciò che odia. Distruggere ciò che odia.»
Sono incazzato con il mondo e questa volta non ci sto, sono una bomba ad orologeria e stanotte esploderò. Io non voglio riconoscenza, voglio solo morire meno, chiedo soltanto le vostre orecchie e di ascoltare ciò in cui credo. Sono incazzato con chi sente ma non ascolta per davvero e con chi giudica male soltanto perché la sua vita è zero: le etichette dalle ai cibi, questa è musica, è diverso, se provi ad ingoiarmi io ti andrò di traverso. Sono incazzato con l’amore e l’amore ce l’ha con me per quel poco che gli ho dato e per quel poco che ha datto a me. Sono incazzato con l’insonnia, perché lei non dorme mai ed ogni notte perdo contro i miei fantasmi più che mai. Sono incazzato perché questo non è un buco - è una voragine, e porta la tua firma e porta la tua immagine, e grido nel silenzio e soffoco da solo ogni istinto di cercarti perché morirei di nuovo. Sono incazzato con lo stato e con chi è stato incoronato chi ci comanda con la legge e ci tratta come un gregge, sono incazzato e impoverito ma non mi toglierete mai la libertà (la libertà) e la fantasia (e la fantasia). Sono incazzato anche con me perché non mi sopporto più e ogni giorno entro in un loop, in un fottuto deja-vù, sono incazzato e inorridito dal mio inutile futuro e perché nonostante tutto tengo ancora duro.
RIT. E se nessuno apprezza quel che fai forse hanno ragione, forse sei solo un illuso e la tua è solo un’ossessione, non sei niente, tu non sei niente, non vali niente e ti meriti ogni briciolo di odio intorno a te.

2. LA MUSICA È IL MIO DIO (Riccardo Scirè) La musica è il mio dio. La musica è il mio dio. Mi sveglio sempre tardi come il grande Lebowski. Vivo per scrivere come Bukowski. Per te io non esisto come Tyler Durden. Volevo il cervello, ma ho il fisico di Woody Allen. Mi piacerebbe vendere un sacco di dischi. Ma la vita non va mai giù liscia come il whisky. Forse fumo troppo, ma giuro che ora la smetto… (ahem) …di giurare che smetto. Pre-rit: Woah, woah - se non ti piaccio non mi stupisco Woah, woah - skippa, skippa, skippa il disco Woah, woah - ma se mi insulti non sparisco Io risorgo come Gesù Cristo perché… Rit. La musica è il mio dio, mi salva da tutto quando io muoio un po’, la musica è il mio dio, lei guarisce tutto quando la vita non va. La musica è il mio dio - di giorno e di notte. La musica è il mio dio - curerà le ossa rotte. «Quanto ti costa fare il cantante?» Eh, per emergere ci vuole il contante. Sai, stare in una band era molto frustrante e sono uscito dal gruppo come Jack Frusciante. Tu mi hai scordato come una chitarra e io con ‘sta canzone ti dichiaro guerra. Se non faccio il botto cheffffiguradimmmmerda! Tanto tutti voi vi aspettate che perda.
La musica è il mio dio, accendo lo stereo e prego anch’io. E ogni fallimento, ogni sbattimento, ogni pezzo rotto che è rimasto dentro lei lo curerà, lei lo guarirà.

3. PER TE (Riccardo Scirè) Se solo sapessi scriverlo ci proverei. E se sapessi cantartelo io lo farei. Ma le parole rimangono sussurrate a metà. E la mia rabbia le soffoca con fragilità. Ed è abbastanza certo che in questo momento nessuno al mondo sta pensando a te come e quanto me. E non importa se neanche ti conosco, ma chi l’ha detto che per amarti devo sapere chi sei?
È per te, è per te che io muoio ogni notte e il mio cuore se ne fotte. È per te, è per te che il dolore sembra bello come pioggia senza ombrello. E ti verrò a cercare come un raggio di sole nell’inverno che c’è in te. È per te…
Se solo sapessi dirtelo io lo urlerei. E se sapessi disegnartelo lo dipingerei.

4. I MIGLIORI DANNI DELLA NOSTRA VITA (Riccardo Scirè)
Lo sai che è sempre bello rivederti soprattutto quando fuori piove. Dai togliti il cappotto e fammi ripensare a tanti anni fa e a tutte le infinite volte che ti ho scritto lettere che poi ho buttato, perché le cose che ti tieni dentro troppo a lungo poi non escono più. Ci è voluto tempo ma ho capito che sto bene solo se mi odio. E non è colpa tua se non mi puoi salvare, almeno salva te. Lo so che sono troppo drastico forse patetico però ti amo e non m’importa se è passato troppo tempo, tanto non cambierà mai. Rit. Ma tu cercami nella polvere e mi troverai a soffrire un po’. E ti ricorderò come la cosa migliore, tu mi ricorderai come lo sbaglio peggiore Perché va così… che tu lo voglia o no.
E sai che ho sempre avuto un po’ paura di sfiorarti e rovinare tutto. E che poi la speranza è in grado di fare a pezzi la lucidità. E so che quando pensi a noi pensi ai migliori danni della nostra vita. E forse è meglio non chiamarci e non sentirci per non ferirci mai più.

5. SALVAMI (Riccardo Scirè) Guardami adesso. Dimmi che vedi in me. Una pioggia costante che mi rende impotente, non so reagire. E non mi sento più vivo già da un po’. Ho un buco nel petto e il sorriso si è rotto nel riflesso allo specchio. Osserva il mio volto e dimmi se c’è almeno una parte rimasta di me. Rit. Tu salvami, difendimi, proteggimi. Il mio è un grido d’aiuto, un urlo disperato per scappare da qui. Io non merito niente di quello che ho. Il mio battito è fermo, non c’è nessun segno di vita in me. Osserva il mio volto e dimmi se c’è almeno una parte rimasta di me. Rit. Tu salvami, difendimi, proteggimi. Il mio è un grido d’aiuto, un urlo disperato per scappare da qui. Salvami, riparami, aiutami salvami da me stesso, fallo adesso o lasciami qui.

6. SENZA TITOLO (Riccardo Scirè - F. Intiso) Ciao, volevo scriverti due righe per spiegarti che io e te a parole siamo frasi senza punti che pure la ragione ha torto e io ritorno piccolo con te. A quando ritornavi a casa con lo sguardo perso a quando un mio sorriso illuminava il tuo universo senza la consapevolezza di ferirsi così. E intanto resto nella pioggia ad aspettarti pregando che un giorno sia tu a richiamarmi e ti chiedo scusa se ti dedico parole che non ricorderai, ma… Rit. Ascoltami se vuoi, questo vuoto tra di noi ci farà sentire piccoli e inutili. E parlami se puoi, questo silenzio tra di noi finirà per ucciderci. A volte sai mi sento come se fossi imperfetto, come se fossi uno sbaglio maledetto. Come un libro a cui hai strappato via un capitolo, mi fai sentire come un film senza titolo. (Sai, volevo scriverti…) Sai, volevo scriverti due righe per scusarmi se a volte ti deludo e non so come comportarmi e l’età non è una scusa ma ci tengo a quel che pensi, in fondo tu sei come me. E possiamo odiarci e non parlarci e poi ferirci ma sappi che sarò per sempre qui a cercarti quando avrò bisogno di una spalla a cui appoggiarmi e spero di trovarti lì.

I Migliori Danni Della Nostra Vita e altri racconti

Probabilmente è folle, quantomeno insolita come mossa di marketing, ma domani esce il mio disco e non sarà accompagnato da un videoclip. 
Se da una parte è indubbiamente svantaggioso non avere nessuna radio o televisione a cui frega qualcosa di quello che faccio, dall’altra posso permettermi di fare un po’ il cazzo che mi pare. E per stavolta ho deciso di lasciare che parli un po’ la musica, perché in fondo di questo si tratta, senza sovrastrutture, loghi, immagini, belle fighe, catene al collo, location esotiche, ballerini ed elefanti eleganti e dragoni verdi e video più o meno costosi. 
Per una settimana il disco parlerà da solo a chi avrà voglia di ascoltarlo, comprarlo, scaricarlo, piratarlo; magari dirà poco, magari dirà tanto, questo lo deciderà il mondo, ma almeno lo proverà a fare nella dimensione in cui è nato: venendo ascoltato e non visto. 
Poi tranquilli, si sa che sono egocentrico, per cui verso fine mese arriverà anche il video nuovo, ché non posso mica lasciare la gente su YouTube senza un mio video sotto cui insultarsi.
Buon ascolto a chiunque avrà voglia di darmi retta per una ventina di minuti.

http://itunes.apple.com/it/preorder/i-migliori-danni-della-nostra/id515957934  

Erano già quaranta giorni che ti amavo

Potrei raccontarvi questa storia oppure no. Potrei starmene qui, in silenzio, stanco e stufo di pensare a Viola, ma sarei bloccato, non riuscirei a buttare giù neanche più mezza parola su di me, sul mondo osceno che ci circonda e tutto il resto, per cui non credo di avere alternative e penso proprio che cederò alle lusinghe della malinconia scrivendo di tutto ciò che ricordo di lei, tentando di mantenere un qualche senso cronologico. Capiamoci, già non sono mai stato molto bravo a viverle, le cose, figuriamoci a descriverle. 
Con la sua faccia sarebbe riuscita a fregare tutti, cosa che faceva regolarmente ogni volta che entrava in una stanza, un locale, un club: metà dei ragazzi del nostro corso si svegliavano praticamente soltanto per vederla camminare attraverso la hall dell’università con quel fare da diva inconsapevole. Il tempo dei grandi amori e delle grandi cotte era già passato, ci dicevamo, cinici e incattiviti dalla fine di quel grande carrozzone chiamato liceo, ma in qualche modo la sola presenza di Viola riusciva a riportarci a quella dimensione di cotta adolescenziale che ci rendeva imbambolati nei trenta secondi in cui passava e ci ignorava, totalmente disinteressata alla nostra esistenza. Quando lasciava la stanza tutto si bloccava per qualche secondo, un paio d’occhiate d’intesa tra sconosciuti e si tornava alla vita normale, se pur con qualche difficoltà. Aveva un qualche talento innato nel causare scompensi ormonali e mentali a chiunque l’avesse avuta nel proprio campo visivo. Aveva ventun anni, praticamente tutti passati a incantare le facce di mezza città. 
Cercherò di essere il più preciso possibile coi ricordi, anche se inevitabilmente qualche cosa si accavallerà, si perderà, si confonderà, si mischierà. 
Indubbiamente la prima volta che scambiammo qualche parola fu un giorno di metà aprile, entrambi con un caffè in mano, lei visibilmente assonnata e stanca e io visibilmente emozionato alla sola idea di essere in fila appena dopo di lei. 
«Certo che qualcuno potrebbe anche chiedermi dove sono stata ieri sera» disse, a voce medio-alta. 
«È che li spaventi tutti» risposi, quasi senza nemmeno pensarci su. Lei si voltò, mi squadrò con la coda dell’occhio, come se stesse scegliendo un capo di vestiario su cui era indecisa. «Non è che non gli interessa, è che se la fanno sotto».
«Siete voi che vi spaventate da soli, per quel che ne so io» concluse lapidaria. 
Rimasi in silenzio, non sapendo che altro aggiungere. Non ero un ragazzo brillante, soltanto uno dei molti studenti mediocri che popolava quella facoltà, uno che si confondeva tra la folla, la faccia che non ti ricordi mai, il nome storpiato, la battuta mai pronta, raramente divertente e non esattamente bello, che si era iscritto per caso pur di non dover entrare nel mondo del lavoro mentre potevo ancora perdere tempo. 
«Comunque potresti anche chiedermi come mi chiamo» rilanciò, quasi offesa. 
«Cosa ti chiedo a fare una cosa che già so?»
Aveva sicuramente presente l’effetto che faceva il suo vestito, l’incantesimo che rendeva scemi chiunque la guardasse in quell’elegante ma provocatore tubino rosso, era nel suo dna. 
«Sembri più interessante di quando previsto», pensò a quel punto lei a voce alta.
Sorrisi. Tutti intorno ci stavano guardando, o meglio, tenevano d’occhio lei e quindi anche me. E mi odiavano. 
«Vieni con me.»
«Dove?»
«Devo andare a comprare un vestito. Ho un colloquio di lavoro verso le cinque.»
La guardai come si guardano i matti quando conversano da soli. Come si guarda un anziano signore che non sa più quel che dice. Come si guarda un vecchio amore che non si capisce più. 
«Andrà benissimo questo, non credi?»
«Dici?» fece lei, lasciando trapelare un briciolo di insicurezza. 
«Dico! Ti ameranno, te lo assicuro.»
«Be’, gli conviene, ma soprattutto mi conviene.» ritornò spocchiosa. «Sono completamente al verde.»
«A saperlo prima ti avrei offerto il caffè.»
Scrollò le spalle, come se i gesti di carineria le fossero del tutto indifferenti. Probabilmente lo erano, o forse lo erano i miei. 
«Non è un problema, tanto da oggi pomeriggio avrò un lavoro.»
«Come fai a esserne sicura?»
«Ho come l’impressione che se non assumono me con la faccia che mi ritrovo qualcuno domani perderà il proprio posto…» ghignò, raccolse la borsa che aveva appoggiato in terra e girò i tacchi. 
Era la prima persona che conoscevo in grado di catalizzare l’attenzione di un’intero posto senza dover minacciare il suicidio. 
Rischiava di piacermi. Rischiavo di inguaiarmi.  

I poeti sono osceni
sono i peggiori di tutti 
i più imbranati di tutti
i più sbruffoni di tutti
noncuranti e arroganti
il peggio del peggio
dèi del niente 
costantemente insoddisfatti
e altrettanto boriosi
re del mondo dietro a una tastiera
cumuli di niente dietro a un bancone
profondamente inconsistenti dietro a un bicchiere
credendosi migliori,
ma perché
e vanno sempre a capo perché hanno paura di ricominciare
mentre su carta è più facile
e battono battono battono sui tasti
dolenti
battono battono battono, sono puttane, i pensieri magnaccia senza cuore
e devono vomitare per stare bene
come quando bevi a quindici anni
con la testa tra le nuvole, tra le stelle, tra il cielo
spesso con la testa e l’orgoglio nel culo
s’innamorano di chi gli va
a volte di tutti
a volte di nessuno
a seconda del bisogno
narcisisti del cazzo
amanti dell’odio
i poeti sono i peggiori 
e si credono brillanti
mentre sono solo cretini
che sanno andare a capo
a volte neanche poi così bene
non sempre con le parole adatte
i poeti sono i peggiori
dieci anni dietro la macchina a fallire
poi due bottiglie di whiskey
e cinque poesie meravigliose in venti minuti netti. 

La regola delle regole

«Non capisco, proprio non capisco. Perché non mi caga?»
«Le cose sono due: o hai fatto qualcosa che non le è piaciuto o non hai fatto qualcosa che le piace. A volte, anche se è dura, devi accettare il semplice fatto che probabilmente non sei abbastanza per qualcun altro.»«Sì, ma almeno potrebbe rispondermi! Così sto male!»
«Invece guarda che ti sta facendo un grandissimo favore non rispondendoti. La più grande lezione degli anni zero è che se non ti risponde su Whatsapp, dove può farlo gratis, puoi dimenticarti della sua esistenza.»

kisses cause troubles: nothing personal (fuck atl)

shesaidso:

it always comes down to a fight
either with you or with the thought of you (and i)
in a past life
on a different planet
in a dark room
embryos trapped in the right side of the brain of some fucked up novelist
some sorta david lynch wannabe
i wonder what we look like from out there
i wonder if…

Cosmopolitan Greetings by Allen Ginsberg

To Struga Festival Golden Wreath Laureates
& International Bards 1986

Stand up against governments, against God.

Stay irresponsible.

Say only what we know & imagine.

Absolutes are coercion.

Change is absolute.

Ordinary mind includes eternal perceptions.

Observe what’s vivid.

Notice what you notice.

Catch yourself thinking.

Vividness is self-selecting.

If we don’t show anyone, we’re free to write anything.

Remember the future.

Advise only yourself.

Don’t drink yourself to death.

Two molecules clanking against each other requires an observer to become 
scientific data.

The measuring instrument determines the appearance of the phenomenal
world after Einstein.

The universe is subjective.

Walt Whitman celebrated Person.

We Are an observer, measuring instrument, eye, subject, Person.

Universe is person.

Inside skull vast as outside skull.

Mind is outer space.

“Each on his bed spoke to himself alone, making no sound.”

First thought, best thought.

Mind is shapely, Art is shapely.

Maximum information, minimum number of syllables.

Syntax condensed, sound is solid.

Intense fragments of spoken idiom, best.

Consonants around vowels make sense.

Savor vowels, appreciate consonants.

Subject is known by what she sees.

Others can measure their vision by what we see.

Candor ends paranoia.

Chiudere

Non sono mai stato capace di chiudere niente. Gli occhi no, perché un po’ soffro d’insonnia, e da sveglio ho paura di perdermi le cose più belle; la bocca no, perché mi piace rovinare le cose con la parola sbagliata; le confezioni nemmeno, perché le mollette mi stanno ampiamente sul cazzo, perché sono contronatura, in quanto cose che tengono unito qualcosa. Figuriamoci, quindi, se so chiudere le storie d’amore.